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Risposta del sacerdote Caro Alessandro, 1. È vero che non possiamo togliere o aggiungere nulla a Dio. Diversamente non sarebbe più Dio. Tuttavia le nostre azioni, tutte, hanno avuto una risonanza nel corpo e nell’anima di Gesù. Gesù, nella sua perfettissima scienza le vedeva. Il bene che facciamo lo consolava. Il male che compiamo lo addolorava. Anzi, il bene che facciamo è conseguenza della potenza dei suoi meriti. Il male che compiamo lo vedeva come un rifiuto dell’aiuto che intendeva darci, lo sentiva come una vanificazione dei suoi meriti e del suo amore. 2. Guardando all’umanità di Cristo noi scopriamo il male che gli abbiamo fatto e il male che causiamo oggi nel suo corpo mistico, la Chiesa. Ogni nostra azione, infatti, ha sempre un duplice riverbero: uno sul corpo fisico di Gesù e un altro sul suo corpo mistico. Contemplando il corpo martoriato del Signore possiamo comprendere quello che attualmente stiamo facendo alla Chiesa e alle anime. Allora, come vedi, c’è da addolorarsi. E non solo. Ma anche di decidere presto di cambiare vita. 3. È vero che Cristo attualmente è risorto ed è glorioso. E sotto questo aspetto anche a lui personalmente non possiamo togliere o aggiungere nulla. Tuttavia il Cristo glorioso porta le cicatrici della sua passione. E contemplando quelle cicatrici dovremmo da una parte sentirci incendiare di amore per lui, e dall’altra dovremmo provare una profonda vergogna. Il Cristo che noi incontriamo è sempre il Cristo risorto. Ma tutto quello che egli ha compiuto nella sua vita mortale, continua ad essere presente in Lui. S. Giovanni nell’Apocalisse dice che i santi sono sempre accompagnati dalle loro opere: “Poi udii una voce dal cielo che diceva: «Scrivi: Beati d'ora in poi, i morti che muoiono nel Signore. Sì, dice lo Spirito, riposeranno dalle loro fatiche, perché le loro opere li seguono»” (Ap 14,13). Molto di più tutto questo va applicato a Cristo. 4. Sulle conseguenze ecclesiali e sociali di ogni nostro peccato ti riporto l’insegnamento di Giovanni Paolo II: “Poiché col peccato l’uomo rifiuta di sottomettersi a Dio, anche il suo equilibrio interiore si rompe e proprio al suo interno scoppiano contraddizioni e conflitti. Così lacerato, l’uomo produce quasi inevitabilmente una lacerazione nel tessuto dei suoi rapporti con gli altri uomini e col mondo creato. È una legge e un fatto oggettivo, che hanno riscontro in tanti momenti della psicologia umana e della vita spirituale, come pure nella realtà della vita sociale, dov’è facile osservare le ripercussioni e i segni del disordine interiore. Il mistero del peccato si compone di questa doppia ferita, che il peccatore apre nel suo proprio fianco e nel rapporto col prossimo. Perciò si può parlare di peccato personale e sociale: ogni peccato è personale sotto un aspetto; sotto un altro aspetto, ogni peccato è sociale, in quanto e perché ha anche conseguenze sociali” (Reconciliatio et Paenitentia, 15). E poiché ogni persona “in virtù di una solidarietà umana tanto misteriosa e impercettibile quanto reale e concreta” (RP 16) è intimamente relazionata con le altre, “il peccato di ognuno si ripercuote in qualche modo anche sugli altri. È questa l’altra faccia di quella solidarietà che a livello religioso si sviluppa nel profondo e magnifico mistero della comunione dei santi, grazie alla quale si è potuto dire che ogni anima che si eleva, eleva il mondo. A questa legge dell’ascesa corrisponde, purtroppo, la legge della discesa, sicché si può parlare di una comunione nel peccato, per cui un’anima che si abbassa per il peccato abbassa con sé la chiesa e, in qualche modo, il mondo intero. In altri termini, non c’è alcun peccato, anche il più intimo e segreto, il più strettamente individuale, che riguardi esclusivamente colui che lo commette. Ogni peccato si ripercuote, con maggiore o minore veemenza, con maggiore o minore danno, su tutta la compagine ecclesiale e sull’intera famiglia umana” (RP 16). Questo era il motivo per cui S. Caterina da Siena, contemplando i mali della Chiesa e del mondo, diceva: Ho peccato Signore, abbi pietà di me! Aveva l’impressione di averli causati tutti lei. 5. Ma c’è anche da considerare il male che facciamo a noi stessi, che ci rende sempre più insensibili ai richiami del Signore e incapaci di convertirci seriamente. Si legge che un giorno il S. Curato d’Ars, sentendo l’accusa dei peccati di una persona, si è messo a piangere. Il penitente rimase sorpreso e domandò la causa di quel pianto. Il Santo rispose: “Piango perché non piange lei”. Il Santo Curato vedeva in quel momento tutti i mali causati dai peccati commessi da quella persona: quelli causati nel corpo fisico di Gesù, quelli causati nel corpo mistico di Cristo e quelli causati nella vita del penitente stesso. 6. Ce n’è dunque per essere autenticamente addolorati ed essere spinti a cambiare vita. Ti ringrazio delle preghiere che ti impegni a fare per me. Il Signore ti benedirà per questo. Anch’io prego per te, ti benedico e ti saluto. Padre Angelo – Amici Domenicani 1. È più importante come io vivo da sacerdote, di ciò che faccio in quanto sacerdote. 2. È più importante ciò che fa Cristo attraverso di me, di quello che faccio io. 3. È più importante che io viva l’unità nel presbiterio, piuttosto che buttarmi a capofitto da solo nel ministero. 4. È più importante il servizio della preghiera e della Parola, di quello delle mense. 5. È più importante seguire spiritualmente i collaboratori, che fare da me e da solo quante più attività possibili. 6. È più importante essere presente in pochi ma centrali settori operativi, con una presenza che irradia vita, che essere presente ovunque in fretta e a metà. 7. È più importante agire in unità con i collaboratori, che non da solo, per quanto capace io mi ritenga; ossia, è più importante la communio che la actio. 8. È più importante, perché più feconda, la croce, che non i risultati spesso apparenti, frutto di doti e di sforzi umani. 9. È più importante avere l’anima aperta sul tutto (comunità, diocesi, Chiesa universale), che non fissata su interessi particolari per quanto importanti mi sembrino. 10. È più importante che venga testimoniata a tutti la fede, anziché soddisfare a tutte le usuali pretese.
Klaus Hemmerle – Wilhelm Breuning, Decalogo del sacerdote, Gen’s 22 (1992) p. 182 La domanda la trovi qui. Risposta del sacerdote Caro Carlo, 1. Non sono i miracoli il fondamento della nostra fede. Fondamento della nostra fede non sono neanche le sacre Scritture o le parole del Signore. S. Tommaso dice che anche quelli che ascoltavano direttamente la parola del Signore avevano bisogno di un aiuto interno dello Spirito Santo che li muovesse a credere. 2. Il motivo è semplice. La fede fa aderire a verità di ordine soprannaturale, superiori pertanto alla portata della ragione che conosce le realtà che le sono proporzionate, e cioè quelle di ordine naturale. Inoltre la fede ci fa aderire a realtà che per ora sono inverificabili. Per quanto uno si metta ad analizzare una particola consacrata, non vedrà mai il Signore. 3. I miracoli possono essere di due specie. -1- Vi possono essere miracoli che sono soprannaturali nella realtà che viene prodotta e sono soprannaturali anche nel modo in cui vengono prodotti. Appartengono a questa specie di miracoli la transustanziazione eucaristica e la risurrezione di nostro Signore. Questi miracoli, dal momento che non si vedono perché appartengono all’ordine soprannaturale, non sono ordinati a provare le verità di fede. -2- Vi sono invece altri miracoli che non sono soprannaturali in se stessi, perché si verificano su realtà naturali, tangibili, ma sono soprannaturali solo nel modo in cui vengono prodotti. Tali, ad esempio, la risurrezione di Lazzaro, la moltiplicazione dei pani, la guarigione dei malati e dei paralitici... Questi miracoli, proprio perché appartengono all’ordine sensibile, sono ordinati a provare le verità di fede. Questi miracoli sono segni certissimi della divina rivelazione adatti all’intelligenza di tutti, come insegna il Concilio vaticano I. 4. Tuttavia anche il miracolo, per quanto segno certissimo della fede, non la comunica, ma porta alle sue soglie oppure la conferma. Per credere è necessaria la mano di Dio che tocchi il cuore e la mente e dia la forza di consentire a quanto Egli comunica. Per questo il Concilio Vaticano II afferma: “Perché si possa prestare questa fede, è necessaria la grazia di Dio che previene e soccorre” (Dei Verbum 5). La fede è un dono divino e nessuno se la può dare. Gesù ha detto: “Nessuno viene a me se il Padre non lo trae” (Gv 6,44). Il medesimo Concilio aggiunge che sono necessari anche “gli aiuti interiori dello Spirito Santo”. Lo Spirito Santo ha il compito di muovere il cuore (sicché uno si trova a credere) e rivolgerlo a Dio (è l’attrazione o trasporto verso il Signore) e di aprire gli occhi della mente. Di per sé, da un punto di vista umano, ci sarebbero tanti motivi per credere quanti per non credere, ma la mente viene inclinata a credere per questa azione dello Spirito Santo. Lo Spirito Santo non forza a credere. La risposta della fede è sempre libera e a Dio si può resistere. Ma attrezza l’uomo perché possa aderire a Dio che si rivela. Ti ringrazio per il quesito, ti prometto un ricordo al Signore e ti benedico. Padre Angelo – Amici Domenicani Trovi qui la domanda. Risposta del sacerdote Caro Alessandro, 1. mi dici che nel Concilio vi sono tante cose buone. Beh, un cattolico deve dire che in un concilio ecumenico, che si conclude sempre così "è parso allo Spirito Santo e a noi", tutto è buono. Sebbene non vi siano definizioni dogmatiche nuove, tuttavia il Concilio ecumenico Vaticano II, per quanto di indole pastorale, è un'espressione solenne del Magistero della Chiesa. E questo è sufficiente per accettarlo senza alcuna discussione. 2. Il Concilio presenta la Chiesa in vari modi. Nel n. 7 la definisce come Corpo mistico. Quando la presenta come Popolo di Dio il Concilio intende sottolineare un aspetto della multiforme ricchezza della Chiesa. L'approccio ecumenico, che è una delle finalità principali del Concilio, è meglio favorito da questa nozione. 3. I mali di cui soffre la Chiesa non derivano semplicemente da una cattiva applicazione del Concilio. Di quanti mali soffrirebbe la Chiesa indipendentemente dal Concilio! E, se non ci fosse stato il Concilio, i mali oggi sarebbero ancor più gravi. La mentalità relativista, laicista e secolarista del nostro tempo, a parer mio, è l'origine principale della prova che la Chiesa sta vivendo in questo momento. E questa mentalità non è avanzata a causa del Concilio, ma indipendentemente da esso. 4. Per parte nostra cerchiamo di essere fedeli al Concilio e al Papa. Queste sono stelle polari che guidano infallibilmente il nostro cammino. Ti saluto, ti ricordo al Signore e ti benedico. Padre Angelo – Amici Domenicani Caro Padre Angelo, Nella costituzione dogmatica, quindi infallibile,"De Ecclesia" del Concilio Vaticano II si afferma che "i musulmani... adorano con noi un Dio unico, misericordioso..." Ora accade che, senza ombra di dubbio, il Dio adorato dai musulmani non è il Dio Uno e Trino rivelato a noi dal Figlio; come può, dunque, il Concilio affermare un principio del genere (cfr. Costituzione dog. "De Ecclesia, 16)? Risposta del sacerdote Caro Alberto, 1. Nel nostro rapporto con Dio è necessario distinguere tra ciò che Dio è in se stesso e ciò che Dio ha rivelato di se stesso. 2. Se parlando di Dio ci riferiamo a ciò che Dio è in se stesso, come Essere infinito, eterno, onnipotente, onnisciente... allora il Dio che i mussulmani adorano è lo stesso Dio che adoriamo anche noi. Il Dio uno e trino si identifica sempre Dio con Dio unico e misericordioso. Tant’è che nel Credo anche noi diciamo: “Credo in un solo Dio”. 3. Se invece guardiamo a ciò che Dio ha detto di se stesso, allora dobbiamo dire che il Corano non appartiene alla Divina Rivelazione e che i mussulmani pertanto intendono l’unità in un modo che esclude la Trinità. E questo è sbagliato. Allora non si tratta di un Dio diverso, ma di una diversa e insufficiente conoscenza di Dio. Ti ringrazio per la fiducia. Ti ricordo al Signore e ti benedico. Padre Angelo – Amici Domenicani – Ansa Il problema riguarda il sesso prima o dopo il matrimonio. Non sto qui a chiedervi se vada fatto prima o dopo, ma sottolineo che sono una credente praticante di 16 anni, non posso definirmi cattolica ancora perché ho bisogno di studiare meglio quello che afferma la Chiesa e farne una ragione che possa interessarmi interiormente tanto quanto mi interessa Dio. Vado al sodo: giorni fa con tutti i miei amici abbiamo parlato del rapporto sessuale (tutti loro sono atei, di cui qualcuno si ritiene credente ma anticlericale): alcune mie amiche ridendo dicevano tra loro “ma io non capisco perché la gente chiama il sesso AMORE!!!! “fare l’amore”…….ma che è questa stupidaggine? Hahaha E ridevano…non capisco perché mi cresceva la rabbia nel cuore, vedevo che un atto come il sesso è ormai così profanato…e volevo chiedere a voi, qui…perché? Perché la sessualità è ormai vista come un gioco? Come una barzelletta? E non come qualcosa che lega all’altro ma anche a Dio? Mi fa male, tanto male, perché tra tutti i miei amici non ce n’è UNO che la pensa come me, e quindi dubito di poter trovare un partner che non pensi che la sessualità vada esercitata dopo il matrimonio in quanto atto esclusivamente d’amore…sono in un brutto periodo di crisi, sto perdendo me stessa e i miei valori sui quali ho basato un intera esistenza…chiedo umilmente un aiuto, o almeno un parere. Risposta del sacerdote Carissima, 1. Le tue amiche, sebbene involontariamente, hanno centrato il problema. Perché il sesso viene chiamato amore? Una volta si diceva: “abbiamo fatto l’amore”. Oggi si dice “abbiamo fatto sesso”. C’è una grossa differenza tra le due espressioni. 2. Quando si dice “abbiamo fatto sesso” ci si riferisce ad un’attività genitale e basta. Il sesso viene considerato come gioco o come qualcosa che serve a scaricare una persona. Nel “far sesso” non solo non c’entra la finalità procreativa, ma neanche quella dell’amore. In simile visione la persona non interessa più. Tanto meno interessa quello che passa per la sua mente o il suo cuore. E così, ridotti a oggetto e a cosa, regna sovrana la promiscuità peggio che in un branco di animali, dove almeno qualche finalità viene pur raggiunta, come quella della conservazione della loro specie. 3. A questo punto le questioni riguardanti la fedeltà negli affetti e il dono di sé non sono neanche prese in considerazione. Non mi meraviglio che qualcuno rivendichi il diritto di far sesso con chi vuole (omo o etero che sia), con quanti si vuole e per quanto tempo si vuole. Penso che quando si arriva a questo punto non sia possibile scendere ulteriormente. È la fine della società. Eppure quante gente la pensa così! Quanti spingono attraverso la stampa e i mezzi di comunicazione sociale in questa direzione. È la cosiddetta cultura della morte. 4. Ma perché spingono in questa direzione? Che cosa c’è al fondo di tutto questo? C’è un comportamento sbagliato, un indirizzo di vita che li ha condotti a non comprendere più il senso della vita, e ulteriormente il senso del bene e del male. Non dobbiamo dimenticare questo: il comportamento sbagliato influisce sui nostri stessi criteri di giudizio. Soprattutto in tema di purezza o di sessualità è facile corrompere il giudizio di coscienza. Già il filosofo pagano Aristotele diceva che la lussuria paralizza e distrugge il giudizio di coscienza. 5. Sarà capitato anche a te sentire di persone sposate che ad un certo punto lasciano marito o moglie con i bambini perché nel frattempo si sono innamorate di un’altra persona. Nessun ragionamento riesce a farli tornare indietro dal passo che stanno per fare e che lacera la vita dei figli e del coniuge abbandonato. Non c’è nessun ragionamento che tenga, nessuno. Ormai, come dice il buon senso popolare, hanno perso la testa. Ebbene, quello che avviene tra adulti, avviene già prima, anche all’età dei tuoi compagni. Non credere che le tue compagne e i tuoi compagni sia tutti santi e intemerati, sebbene abbiano solo 16 anni. Ormai sono condizionati dai loro stessi comportamenti. I loro pensieri ne sono il riflesso. Giovanni Paolo I, quand’era ancora patriarca di Venezia, diceva: “Cercate di agire come pensate (secondo il dover essere), altrimenti finirete di pensare come agite”. Per tornare ad Aristotele, questo grande filosofo pagano diceva che “in base a quello che uno è, o vive, tali sono anche i suoi ideali”. Gesù dice che "la bocca parla dalla pienezza del cuore" (Lc 6,45). 6. Può darsi che a volte, soprattutto alla tua età, non si pesino le parole che escono dalla bocca. Ma negli adulti, in particolare in quelli che vengono considerati filosofi, uno parla e pensa a seconda del suo stile di vita. La propria condotta fa da filo conduttore della conoscenza. In genere uno pensa e giudica in base a quello che è, in base al proprio comportamento. Gesù dice ancora: "la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvagie" (Gv 3,19). Il motivo dunque per cui molti non riescono a conoscere la verità sta proprio nella propria condotta malvagia, sbagliata. 7. Che fare in questa situazione? Abbiamo il Signore e il suo vangelo. Gesù dice: “Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita” (Gv 8,12). La prima cosa da fare consiste nell’interrogare Lui. Perché è Lui che ci ha creati e conosce il senso della vita e delle facoltà che ci ha dato. Chi non lo segue, cammina nelle tenebre. Non fidarsi di Lui e del suo insegnamento equivale a danneggiare se stessi e ridursi ad una infelicità che per tanti versi assomiglia all’anticamera dell’inferno. Pertanto: interrogaLo su tutto. 8. Interroga anche la Chiesa, leggi i suoi documenti in materia ed esamina, senza pregiudizi, se quando dice nel suo magistero sia sbagliato. Ti accorgerai che da nessuna parte in questo mondo esiste una dottrina così sublime, così bella, così umana, così appagante in tutti i sensi. In particolare ti consiglio di leggere il documento del Pontificio consiglio per la famiglia Sessualità umana: verità e significato (8.12.1995). Sono passati quasi 14 anni dalla sua pubblicazione, ma conserva la sua freschezza. In questo documento puoi ritrovare tante belle affermazioni di Giovanni Paolo II, come ad esempio questa: che l’uomo si realizza “soltanto esistendo ‘con qualcuno’ e, ancor più profondamente, ‘per qualcuno’. È un felicità ignorata da chi riduce il corpo ad una cosa. Al n. 19 puoi trovare anche i convincimenti della Chiesa in tema di purezza. Dice che si tratta di una “energia spirituale che libera l’amore dall’egoismo e dall’aggressività”. 9. Un’ultima considerazione: ti trovi sola e ti pare di essere sommersa dalla voce della massa. Ti domandi se sia possibile che nessuno, proprio nessuno abbia una visione un pò più alta della sessualità. Non ti scoraggiare. Il Signore ha messo te in mezzo ai tuoi compagni e alle tue amiche. Sei un dono del Signore per loro. La Sua voce, il Suo messaggio può arrivare loro anche per mezzo di te. A volte vediamo nel cielo cumuli di nubi, che sembrano dense di pioggia. Tuttavia in mezzo a loro riesce ad infiltrarsi un raggio di sole e questo spesso è un buon segno, sta a dire che forse le nuvole stesse stanno per dissolversi. Me lo auguro per te e per i tuoi compagni che volentieri voglio accompagnare con la mia preghiera, soprattutto nella celebrazione della Messa.
Ti ringrazio e ti benedico. Padre Angelo – Amici Domenicani La domanda si può trovare qui. Risposta del sacerdote Gentile M. 1. condivido in buona parte la tua affermazione sulle conseguenze del peccato: “spegne in noi la gioia di vivere per Cristo, spegne in noi la felicità di vivere in amore col prossimo, spegne la fiducia che abbiamo in noi stessi. E' come finire in mare senza saper nuotare”. Per fortuna Dio non ci abbandona, ma nel naufragio ci tende sempre una mano per portarci a salvezza. Ho detto che condivido in buona parte. Perché grazie a Dio non sempre il peccato “spegne in noi la felicità di vivere in amore col prossimo”. L’amore del prossimo, oltre che un’esigenza della grazia, è un dettato della natura. Vi sono tante persone che oggettivamente vivono nel peccato (come ad esempio quelle che tralasciano volutamente di santificare le feste o addirittura bestemmiano), ma hanno amore per il prossimo e dedizione per la famiglia. 2. È vero che in ultima analisi davanti a Dio conta lo stato di grazia. E che davanti a Dio un pagano può godere di un grado di grazia più grande di quello che godo io, che sono cristiano, sacerdote e religioso. Ma indubbiamente i sacramenti non sono beni di ordine secondario. Pensa semplicemente al Battesimo, all’Eucaristia, alla Confessione. Sono i canali ordinari della grazia. Nei sacramenti poi, insieme con la grazia santificante, viene data anche la grazia sacramentale, che da un forza divina particolare per vivere secondo le esigenze del sacramento ricevuto. 3. Non va dimenticato poi che gli errori, le lacune e le insufficienze che vi sono nelle altre religioni hanno il loro peso e lasciano molte persone nell’errore e anche nel peccato. Per questo Gesù ha detto: “Andate ed evangelizzate tutte le creature, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato” (Mt 28,19-20). 4. Dici infine: “In questioni teologiche, dottrinali e in fatto di dogmi possiamo anche avere divergenze significative, ma per quanto riguarda poi l'obbedienza ai comandamenti, il ruolo della Sacra Scrittura e la fede in Dio siamo sulla stessa linea d'onda, o quasi!”. Anche qui ho le mie riserve, e anche grandi. Perché le verità che la Chiesa insegna non sono semplicemente questioni dottrinali, ma verità salvifiche, e pertanto da vivere. Pensi che l’affermazione di Lutero “pecca fortemente, ma credi ancor più fortemente” possa essere senza conseguenze nella vita? I peccati, oltre a farci perdere molte forze, come tu hai sottolineato, offuscano anche la nostra mente e possono farci diventare ciechi. Non per questo, forse, molti luterano oggi non credono più nella divinità di Nostro Signore. E penso che questo non sia secondario. Senza dubbio non lo è per Gesù, il quale ha detto: “Se infatti non credete che Io sono, morirete nei vostri peccati” (Gv 8,24). L’espressione “io sono” connota indubbiamente la sua natura divina e il suo essere Dio. Ti prometto un ricordo al Signore e ti benedico. Padre Angelo – Amici Domenicani Carissimo Padre, Ultimamente sono turbato in maniera molto forte (mi sento debole) da alcuni pensieri. Infatti sono ceduto nel vedere immagini di nudo femminile...è peccato vedere il corpo di una donna senza strumentalizzarlo? Ho parlato già con il mio sacerdote e mi ha detto che forse mi lascio prendere dagli scrupoli. Io l'ho fatto perché potessi vedere la bellezza (immagine di un'altra Bellezza...) del corpo femminile e lodare il Creatore per questo. Quindi nessun fine di piacere genitale, forse un pò di curiosità sì. Volevo mettermi alla prova, vedendo queste immagini (nudi artistici), nel poter vedere una donna senza strumentalizzarla, anche perché ho letto che nessuna parte del corpo è impura ma lo sguardo di chi strumentalizza. Solo che adesso mi sento turbato e ho paura di aver deluso le aspettative del Signore. Come mi devo comportare di fronte a questi pensieri? Il mio desiderio sarebbe di avere uno sguardo libero, che abbia dentro un Altro sguardo, vorrei poter guardare come Gesù. Risposta del sacerdote Carissimo, 1. dici bene che ciò che è impuro è il nostro sguardo e il nostro cuore, che sono capaci di profanare anche le opere più belle. Non possiamo dimenticare che dopo il peccato originale la nostra situazione è di infermità, di debolezza interiore. S. Paolo ha detto che “tutto è puro per chi è puro” (Tito 1,15). Il fatto è che noi non siamo puri! La tua stessa esperienza lo attesta. Dici che volevi guardare il corpo femminile e lodare il Creatore per questo. Che non c’era nessun fine di piacere genitale, ma “forse un pò di curiosità sì”. Siamo fatti così, è inutile negarlo. E quello che guardiamo con sguardo meno puro, ci rende interiormente impuri. Tu stesso dici che temi di “aver deluso le aspettative del Signore”. 2. Sul guardare opere d’arte, anche di nudi, Giovanni Paolo II ha detto che “vi sono opere d’arte il cui tema è il corpo umano nella sua nudità, e la cui contemplazione consente di concentrarci, in certo senso, sulla verità intera dell’uomo, sulla dignità e sulla bellezza - anche quella soprasensuale - della sua mascolinità e femminilità. Queste opere d’arte portano con sé, quasi nascosto, un elemento di sublimazione che conduce lo spettatore, attraverso il corpo, all’intero mistero personale dell’uomo”. Ha poi soggiunto: “Ma ci sono anche opere d’arte, e forse ancor più spesso riproduzioni, che suscitano obiezioni nella sfera della sensibilità personale dell’uomo - non a motivo del loro oggetto, poiché il corpo umano in se stesso ha sempre una sua inalienabile dignità -, ma a motivo della qualità o del modo della sua riproduzione, raffigurazione, rappresentazione artistica” (5.5.1981). Tra le opere d’arte evidentemente non entra la pornografia, che di suo è immonda e altamente inquinante. 3. Scrivi: “Il mio desiderio sarebbe di avere uno sguardo libero, che abbia dentro un Altro sguardo, vorrei poter guardare come Gesù”. Sì, mira a questo, il Signore lo desidera e nei sacramenti ti dà la forza per poterlo realizzare. Sarei ben contento se gli altri vedendo te, vedessero Gesù. Per i santi succedeva così. Penso in questo momento a Madre Teresa di Calcutta. 4. Desidero ricordati che Dio predilige coloro che hanno il cuore puro e ha promesso per loro tutti i doni. S. Agostino e S. Giovanni Bosco leggevano secondo questo significato l’affermazione del libro della Sapienza: “Insieme con essa mi sono venuti tutti i beni; nelle sue mani è una ricchezza incalcolabile” (Sap 7,11). 5. Desidero ricordarti anche quanto si legge in Sir 51,20: “Alla sapienza (che è la somma di tutti i beni) rivolsi il mio desiderio, e la trovai nella purezza”. Tieni presente che la purezza, oltre che l’impegno personale, richiede un aiuto speciale di Dio. Pertanto domandala al Signore, come ci invita a fare la Sacra Scrittura: “Sapendo che non avrei ottenuta la capacità di essere casto, se Dio non me l’avesse concessa... mi rivolsi al Signore e lo pregai” (Sap 8,21). “Sensualità e libidine non s’impadroniscano di me, a desideri vergognosi non mi abbandonare” (Sir 23,6). In particolare, domandala al Signore attraverso la mediazione di Maria Santissima, il cui sguardo esteriore e interiore è sempre stato in tutto conforme a quello di Cristo. L’esperienza attesta che quando si chiede esplicitamente al Signore e alla Madonna di darci questa virtù, la accordano subito ben volentieri. Ti benedico. Padre Angelo – Amici Domenicani Dal prossimo lunedì, a Barletta, si tiene la sessantesima settimana nazionale liturgica sul tema Celebriamo la misericordia, dunque incentrata sul sacramento della confessione. Papa Benedetto XVI ha sostenuto, con qualche preoccupazione, che questo sacramento vive un momento di crisi. Da che cosa dipende, a suo giudizio, l’affievolimento del sacramento della confessione?: “Intanto dalla perdita del senso del peccato. Dunque, svilito il senso del peccato, mi pare logico che la gente senta poco o nulla l’esigenza di chiedere il perdono in modo sacramentale. Certo, lo svilimento del senso del peccato è una cosa molto grave, ma penso che ci sia una seconda causa connessa a questa. Oggi, il vero, grande assente nella società è Dio. Manca Dio, lo abbiamo espulso. Peccando spesso, non ci rendiamo conto che offendiamo Dio. Allora succede che rinneghiamo la idea di figliolanza divina, Dio diviene il grande sconosciuto, rompiamo l’alleanza con Lui. Dio non è un carabiniere che ci obbliga con la forza al rispetto della legge, ma un Padre tenero ed affettuoso che ci lascia liberi. Ma noi dobbiamo fare buon uso di questa libertà che Dio Padre ci concede, altrimenti veniamo meno,c ome ho sottolineato, all’alleanza”. Papa Benedetto XVI si è detto preoccupato per la scarsezza delle confessioni, ma ha anche detto che i confessionali talvolta sono vuoti da ambo le parti. In sintesi, in alcuni casi i sacerdoti non amministrano il sacramento: “Quello che lei riporta è assolutamente vero. Esistono preti, fortunatamente non tutti, che trascurano, per altre esigenze, l’amministrazione dei sacramenti e sbagliano. Io raccomando ai presbiteri della mia Diocesi di essere sempre presenti e reperibili, specie quando qualche fedele vuole confessarsi. Dico basta, basta, alle confessioni amministrate durante le celebrazioni eucaristiche. Intanto distraggono i fedeli che non possono seguire la messa, poi non credo che in quelle condizioni si possa ottenere una buona confessione che ha bisogno di tempo e di calma. Di pazienza e di tempo, insomma tutto il contrario delle confessioni amministrate durante le messe in corso. Una mentalità lassista e spesso fuorviante, ha ridotto questo sacramento a qualche cosa di meccanico, di ripetitivo. La confessione non è un gettone da inserire in una macchina da parte del fedele che se ne va soddisfatto. La confessione costa sacrificio ed anche dolore, nel rendersi conto del senso del peccato, e richiede sacrificio e applicazione sia da parte del fedele, che del sacerdote. Altro che storie”. Mons. Bruno Volpe
Colui che è consapevole di aver commesso un peccato mortale non deve ricevere la santa Comunione, anche se prova una grande contrizione, senza aver prima ricevuto l'assoluzione sacramentale [Cf Concilio di Trento: Denz.. -Schönm. , 1647; 1661]. A meno che non abbia un motivo grave per comunicarsi e non gli sia possibile accedere a un confessore [Cf. Codice di Diritto Canonico, 916; Corpus Canonum Ecclesiarum Orientalium, 711]. La lunghissima domanda si trova qui. Risposta del sacerdote Caro Michele, 1. ti ringrazio di avermi posto chiaramente tutte le tue perplessità in materia sessuale. Mi chiedi scusa per il tono critico sulla dottrina della Chiesa. Ma ti dico subito che quanto tu credi sia il pensiero della Chiesa, di fatto non lo è. E per questo fai bene ad essere critico. Se il pensiero della Chiesa fosse quello che emerge dalla tua email, sarei critico anch’io. Anzi, sarei più che critico. Mi parrebbe semplicemente irragionevole. 2. Tu dici che “l'unico metodo contraccettivo ammesso dalla Chiesa Cattolica sia il metodo naturale (calcolo dei giorni di fertilità della donna). Ora io mi chiedo, come mai questa contraccezione sia giustificata, mentre le altre no, dato che l'intenzione in tutte le contraccezioni è quella di non procreare”. La risposta è la seguente: la Chiesa non ammette alcun metodo contraccettivo, ma proprio nessuno. La risposta dell’Enciclica Humanae vitae di Paolo VI è chiara: Paolo VI nell'Enciclica Humanae vitae ha ricordato che in forza della legge naturale “qualsiasi atto matrimoniale deve rimanere aperto alla trasmissione della vita” e che per questo “è altresì esclusa ogni azione che, o in previsione dell’atto coniugale, o nel suo compimento, o nello sviluppo delle sue conseguenze naturali, si proponga, come scopo o come mezzo, di impedire la procreazione dei figli" (HV 14). Nel n. 14 presenta la norma morale in forma di precetto negativo che obbliga “semper et pro semper”, e pertanto non ammette mai alcuna eccezione. 3. Secondo la dottrina della Chiesa l’atto coniugale è un atto finalizzato ad esprimere tra i coniugi l’amore e la donazione vicendevole. Ma proprio perché è donazione totale non si riserva nulla, neanche la capacità procreativa. Frustrare l’atto coniugale della sua capacità procreativa significa non donarsi totalmente. In altre parole si falsifica il gesto, perché non ci si mette in gioco con la totalità di se stessi. 4. Usando i metodi naturali i coniugi compiono un atto di amore nel quale non si riservano nulla. L’amore, il dono è totale. I metodi naturali non sono contraccettivi perché sono aperti alla vita. La stessa intenzione dei coniugi non è contraccettiva, perché sanno che quegli atti sono potenzialmente procreativi. E sono disposti ad accogliere gli eventuali figli. Questa disposizione interiore è sufficiente perché quell’atto rimanga un atto di vero amore. 5. Mi chiedi (e qui sembra scapparti la pazienza): Potrebbe spiegarmi per cortesia come fa una coppia sposata a vivere la castità nel matrimonio? Vedi, anche qui clamorosamente equivochi sul significato di castità. Tu per castità intendi l’astensione dai gesti sessuali. La Chiesa non pensa questo e non insegna questo. La chiesa per castità intende “quell’energia spirituale che libera l’amore dall’egoismo e dall’aggressività” (Pontificio consiglio per la famiglia, Sessualità umana: verità e significato, 19). La castità è la stessa cosa che la purezza dell’amore. Ognuno deve tenerci a questa purezza dell’amore secondo le esigenze del proprio stato. Ora lo stato coniugale comporta che i coniugi si donino totalmente perché questa donazione è stata sancita nel momento del consenso coniugale. I coniugi pertanto vivono castamente il loro amore quando non fanno contraccezione. Solo allora c’è il rispetto per l’altro coniuge, che viene considerato come termine del proprio dono e non semplicemente come oggetto di godimento. 6. Mi scrivi anche: Ho letto che tutte le espressioni sessuali al di fuori di quella procreativa all'interno del matrimonio sono screditate dalla Chiesa Cattolica. Anche questo è falso, come ho mostrato ormai ampiamente. La Chiesa ritiene legittimo ricorrere ai tempi di infertilità per distanziare le nascite o anche per non averne più. La Chiesa sa gli atti coniugali sono finalizzati al dono e all’amore reciproco. Inoltre da sempre ha ritenuto legittimi e onesti i rapporti sessuali tra sposi sterili o anziani. Ma ritiene che l’amore cessi di essere totale, e cioè puro, quando non ci si dona in totalità. 7. Mi scrivi anche che secondo la Chiesa l'atto sessuale al di fuori del matrimonio e che comunque preveda l'uso di contraccettivi, sia contro natura. Quando si parla di atti contro natura la Chiesa non vi fa rientrare i rapporti extramatrimoniali (adulterio, fornicazione), ma gli atti omosessuali e consimili. La Chiesa però ritiene svuotati del loro intrinseco significato i rapporti extramatrimoniali. Col gesto sessuale uno dice di donarsi in totalità. Ebbene se uno è sposato, si è già donato in totalità al proprio coniuge e appartiene a lui soltanto. Pertanto non può più donarsi a nessun altro, pena dire una menzogna. La stessa cosa avviene con la fornicazione, all’interno della quale l’atto è svuotato del significato del dono totale e irrevocabile. Si tratta solo di prendere il corpo dell’altro e di usarne per qualche momento di godimento. Come vedi, in tutta la sua dottrina la Chiesa ci tiene a di difendere la purezza dell’amore da qualsiasi contraffazione. 8. Non tocco il rimanente delle tue considerazioni, che sono conseguenza di una visione errata della dottrina della Chiesa. Spero di avertela fatta conoscere. Potrai magari non condividerla, ma è necessario anzitutto non attribuire alla Chiesa quello che la Chiesa non ha mai insegnato. Sono contento che hai contattato un sacerdote cattolico per sapere dalla fonte viva quale sia il pensiero della Chiesa. Ti prometto un ricordo al Signore e ti benedico. Padre Angelo – Amici Domenicani Caro Padre Angelo, vorrei avere da lei qualche informazione riguardo le cellule staminali, in particolare quelle embrionali che alcuni vorrebbero fosse usate per la cura di gravi malattie. Risposta del sacerdote Caro Marco, 1. le cellule dell’organismo umano, prima della comparsa della stria primitiva (verso il sedicesimo giorno dal concepimento), non sono ancora differenziate in cellule di particolari organi. Sono cellule totipotenti, cioè capaci di differenziarsi in qualsiasi organo o tessuto dell’organismo umano. Le cellule di un adulto invece sono ormai differenziate. 2. Ma si è scoperto che in molte parti del nostro organismo, accanto a cellule differenziate ve ne sono ancora alcune che non lo sono del tutto: vengono chiamate cellule staminali. Staminali deriva da stame, che significa ceppo, stipite, origine e sono pluripotenti, vale a dire possono differenziarsi in molti organi. Le cellule prima del 16° giorno sono staminali per eccellenza e vengono chiamate cellule staminali embrionali. 3. Si è scoperto nel 1998 che le cellule staminali isolate, coltivate e pilotate in laboratorio possono differenziarsi in particolari tipi di cellule. Questo procedimento potrebbe aiutare a sostituire le parti malate di un organismo con cellule che hanno il suo stesso DNA. In particolare si è pensato che si potrebbe clonare una persona, fermandola nel suo sviluppo entro i primi sedici giorni e crioconservarla (congelarla), per avere a disposizione cellule totipotenti che abbiano il suo stesso DNA e usarne nel fabbisogno. 4. Mentre non vi sono problemi etici per il prelievo di cellule staminali da un adulto, ve ne sono invece per il prelievo di cellule embrionali, perché qui si concepisce un nuovo essere umano allo scopo di avere del materiale disponibile. Oltre all’immoralità intrinseca della clonazione di una persona umana, vi è anche il fatto che il prelievo di cellule embrionali comporta la distruzione dell’embrione stesso (e cioè l’uccisione di questo nuovo essere umano) e che questo nuovo essere non viene considerato avente valore in sé e per sé (come lo esige qualsiasi essere umano), ma come un cumulo di materiale disponibile. 5. La recente istruzione vaticana di bioetica Dignitas Personae (8.9.2008) scrive: “Le cellule staminali sono cellule indifferenziate che possiedono due caratteristiche fondamentali: a) la capacità prolungata di moltiplicarsi senza differenziarsi; b) la capacità di dare origine a cellule progenitrici di transito, dalle quali discendono cellule altamente differenziate, per esempio, nervose, muscolari, ematiche. Da quando si è verificato sperimentalmente che le cellule staminali, se trapiantate in un tessuto danneggiato, tendono a favorire la ripopolazione di cellule e la rigenerazione di tale tessuto, si sono aperte nuove prospettive per la medicina rigenerativa, che hanno suscitato grande interesse tra i ricercatori di tutto il mondo. Nell'uomo, le fonti di cellule staminali finora individuate sono: l'embrione nei primi stadi del suo sviluppo, il feto, il sangue del cordone ombelicale, vari tessuti dell'adulto (midollo osseo, cordone ombelicale, cervello, mesenchima di vari organi, ecc.) e il liquido amniotico. Inizialmente, gli studi si sono concentrati sulle cellule staminali embrionali, poiché si riteneva che solo queste possedessero grandi potenzialità di moltiplicazione e di differenziazione. Numerosi studi, però, dimostrano che anche le cellule staminali adulte presentano una loro versatilità. Anche se tali cellule non sembrano avere la medesima capacità di rinnovamento e la stessa plasticità delle cellule staminali di origine embrionale, tuttavia studi e sperimentazioni di alto livello scientifico tendono ad accreditare a queste cellule dei risultati più positivi se confrontati con quelle embrionali. I protocolli terapeutici attualmente praticati prevedono l'uso di cellule staminali adulte e sono al riguardo state avviate molte linee di ricerca, che aprono nuovi e promettenti orizzonti” (DP 31). 6. Inoltre afferma: “Per la valutazione etica occorre considerare sia i metodi di prelievo delle cellule staminali sia i rischi del loro uso clinico o sperimentale.Per ciò che concerne i metodi impiegati per la raccolta delle cellule staminali, essi vanno considerati in rapporto alla loro origine. Sono da considerarsi lecite quelle metodiche che non procurano un grave danno al soggetto da cui si estraggono le cellule staminali. Tale condizione si verifica, generalmente, nel caso di prelievo: a) dai tessuti di un organismo adulto; b) dal sangue del cordone ombelicale, al momento del parto; c) dai tessuti di feti morti di morte naturale. Il prelievo di cellule staminali dall'embrione umano vivente, al contrario, causa inevitabilmente la sua distruzione, risultando di conseguenza gravemente illecito. In questo caso «la ricerca, a prescindere dai risultati di utilità terapeutica, non si pone veramente a servizio dell'umanità. Passa infatti attraverso la soppressione di vite umane che hanno uguale dignità rispetto agli altri individui umani e agli stessi ricercatori. La storia stessa ha condannato nel passato e condannerà in futuro una tale scienza, non solo perché priva della luce di Dio, ma anche perché priva di umanità». L'utilizzo di cellule staminali embrionali, o cellule differenziate da esse derivate, eventualmente fornite da altri ricercatori, sopprimendo embrioni, o reperibili in commercio, pone seri problemi dal punto di vista della cooperazione al male e dello scandalo. Per quanto riguarda l'uso clinico di cellule staminali ottenute mediante procedure lecite non ci sono obiezioni morali. Vanno tuttavia rispettati i comuni criteri di deontologia medica. Al riguardo occorre procedere con grande rigore e prudenza, riducendo al minimo gli eventuali rischi per i pazienti, facilitando il confronto degli scienziati tra di loro e offrendo un'informazione completa al grande pubblico. È da incoraggiare l'impulso e il sostegno alla ricerca riguardante l'impiego delle cellule staminali adulte, in quanto non comporta problemi etici” (DP 32). Ti ringrazio per il quesito, ti prometto un ricordo al Signore e ti benedico. Padre Angelo – Amici Domenicani
A motivo della loro dignità, tutti gli esseri umani, in quanto sono persone, dotate cioè di ragione e di libera volontà e perciò investiti di personale responsabilità, sono dalla loro stessa natura e per obbligo morale tenuti a cercare la verità, in primo luogo quella concernente la religione.
Concilio Vaticano II, Dignitatis humanæ Foto: Ansa Caro Padre Angelo, Le scrivo per chiederLe dei chiarimenti in ordine ai gesti d'affetto nel matrimonio che possono essere compiuti dai coniugi senza peccare. Ho letto qualche Sua risposta da cui mi sembra di capire che non sono peccato se sfociano in atti idonei a procreare (ovviamente senza precauzioni)... Ma mi sorgono dei dubbi: 1) i coniugi che si baciano solo per impeto di affetto e si eccitano senza però voler arrivare all'atto sessuale, peccano? 2) è necessario che dopo un bacio appassionato, che produca un certo stato d'animo, per forza si debba compiere il resto? 3) se subito dopo i preliminari non si giunge all’atto coniugale è peccato? Un'altra cosa che mi angustia è questa: io non vorrei avere figli adesso...vorrei attendere qualche anno. Le confido che non mi sento pronta ad avere figli soprattutto dal punto di vista psicologico. Vorrei prima costruire con mio marito un'unione solida...che nulla possa scalfire. Come dunque mi devo comportare? Non mi fido molto dei metodi naturali, anche perché occorre qualcuno che li insegni e non saprei a chi rivolgermi...(un pò mi rammarico del fatto che nelle Parrocchie non vi sia nessun tipo di informazione e supporto per le coppie sui metodi naturali; secondo me è per questo che, in tanti, ricorrono a metodi contraccettivi). Mi dispiacerebbe non fare la Comunione. Vorrei solo vivere bene il mio matrimonio, conciliarlo il più possibile con quello che è il volere di Dio che tanto Amo. Risposta del sacerdote Carissima, 1. anzitutto ti porgo i miei più cari auguri di un felice matrimonio. Che possiate fare un percorso che vi aiuti a diventare sempre più santi, perché l'obiettivo ultimo del matrimonio è proprio questo. 2. Parto da una delle ultime osservazioni che hai fatto: non conosci ancora bene i metodi naturali. Questo mi stupisce parecchio. Nei corsi prematrimoniali che cosa insegnano dunque? I metodi naturali non sono una tecnica per distanziare le nascite dei figli, perché a volte sono usati proprio per volere i figli, ma uno stile di vita che impegna i due a dominare le proprie emozioni e a mantenere i gesti di amore in un contesto di vero amore. Là dove ci si riserva di donare qualcosa all'altro, come avviene nella contraccezione, il gesto viene falsificato. 3. Il mio consiglio è dunque questo: cerca una centro dove vengano insegnati i metodi naturali. In ogni diocesi (specie nel consultorio diocesano) ci sono delle persone adibite a questo. Se non altro ti possono dare delle utili informazioni (ma mi stupisco ancora: perché nel corso dei fidanzati non ve li hanno indicati?). Capisci che non poter fare la Comunione e non vivere abitualmente in grazia di Dio non è affatto una bella cosa! Hai ragione tu a dire che molti non praticano i metodi naturali perché non sono stati presentati e insegnati. Cerca di farti promotrice di questo anche all'interno della tua comunità cristiana. Secondo me, una coppia che oggi arriva al matrimonio senza conoscere i metodi naturali, vi giunge con una certa dose di irresponsabilità. La Chiesa presenta la conoscenza dei metodi naturali come il primo elemento indispensabile per una paternità e maternità responsabile (Paolo VI, Humanae vitae, 10). 4. Circa le varie manifestazioni affettive: tu sai che possono coinvolgere la genitalità, e in maniera più immediata nel maschio. Il criterio della Chiesa è il seguente: perché la sessualità venga usata secondo Dio è necessario che l'esercizio della genitalità avvenga nel contesto in cui esso ha vero significato, e cioè nell'atto coniugale, che esprime la donazione totale di sé ed è aperto di sua natura alla possibilità della procreazione. Pertanto le manifestazioni affettive che portano ad una polluzione fuori dell'atto coniugale coinvolgono un esercizio disordinato della sessualità. Se questo capita inopinatamente, vada. Ma quando per esperienza si sa che l'esito è questo, si tratta di un gesto che davanti a Dio è riprovevole, proprio perché si usa della sessualità per un fine diverso da quello da Lui indicato. 5. Con questo criterio mi pare di averti dato una risposta per l'abbondante casistica che mi hai prospettato. Questo significa che per evitare un esercizio disordinato della sessualità, ci si deve dominare nelle manifestazioni affettive. Ti accorgerai più avanti quanto questo contenimento sia prezioso per dare a te e a lui la forza per superare qualsiasi tentazione, anche nell'ambito extrafamiliare. Rimane ancora il caso dei preliminari non conclusi con l'atto coniugale: se si concludono con una polluzione (che poi altro non è che una masturbazione) allora sono illeciti. Se questo non avviene, si può stare tranquilli. 6. È lecito rimandare la procreazione a tempi in cui ti senti più sicura sotto ogni aspetto. Ma questo non può avvenire attraverso la contraccezione. 7. Mi chiedi se gli atti coniugali vanno in qualche modo programmati: la risposta è senz'altro affermativa. Si tratta di un gesto che impegna una grande responsabilità, come quella della procreazione. Non ci si può lasciar trasportare solo dalle emozioni. 8. Per il tuo matrimonio: non anteporre nulla alla volontà di Dio, il quale non vuole toglierti nulla, ma solo proteggere e incrementare l'amore autentico. Con il tuo marito dì chiaramente che al primo posto nella tua famiglia va messo Dio e l'amore per la sua santa volontà. Proprio stamattina, nella prima lettura della Messa, sono risuonate queste parole: "perché in questo consiste l'amore di Dio, nell'osservare i suoi comandamenti; e i suoi comandamenti non sono gravosi" (1 Gv 5,3). Nella Lettera agli ebrei si legge: "Il matrimonio sia rispettato da tutti e il talamo sia senza macchia" (Ebr 13,4). Il matrimonio sia per te una strada nella quale, con il tuo sposo, cerchi di amare sempre di più il Signore. Fai sempre la sua volontà. E ti accorgerai che Lui farà la tua. Ti prometto una preghiera e ti benedico. Padre Angelo – Amici Domenicani Spesso, al momento di darsi il segno di pace durante la Santa Messa, si crea un po' di confusione...gente che si sposta addirittura a un banco all'altro (ho sentito di un parroco che scendeva dall'altare per andare anche lui a dare il segno di pace), gente che si gira a destra e a sinistra, avanti e indietro... Personalmente io do' la mano solo alle persone che sono sedute al mio stesso banco, al massimo, quando non c'è nessuno, mi giro verso chi sta dietro... Una volta lessi, sul sito del Vaticano, un documento di una congregazione ( ma non ricordo quale) in cui si invitava a dare il segno di pace solo alle persone piu' vicine... Il problema è: come intendiamo noi fedeli questo concetto di "vicinanza"? Non sarebbe opportuno che anche i nostri sacerdoti ci indirizzassero a seguire le linee che la Chiesa ( ma credo anche il buon senso e la compostezza a cui la funzione che si celebra ci richiama) ci indica? Risposta del sacerdote Cara Maria, purtroppo questo gesto dello scambio della pace da alcuni viene scambiato come un modo di salutarsi. L’Ordinamento generale del Messale Romano approvato dalla Santa sede (Congregazione per il culto divino e la disciplina dei Sacramenti) in data 25.1.2004, a proposito del rito della pace scrive: “Segue il rito della pace, con il quale la Chiesa implora la pace e l'unità per se stessa e per l'intera famiglia umana, e i fedeli esprimono la comunione ecclesiale e l'amore vicendevole, prima di comunicare al sacramento. Spetta alle conferenze episcopali stabilire il modo di compiere questo gesto di pace secondo l'indole e le usanze dei popoli. Conviene tuttavia che ciascuno dia la pace soltanto a chi gli sta più vicino, in modo sobrio” (n.82).
L’Istruzione Redemptionis Sacramentum, pubblicata per ordine di Giovanni Paolo II il 25.3.2004 ha il fine di porre rimedio ad alcuni abusi liturgici, a proposito dello scambio di pace scrive: “Si mantenga l'uso del rito romano di scambiare la pace prima della santa comunione, come stabilito nel rito della messa. Secondo la tradizione del rito romano, infatti, questo uso non ha connotazione né di riconciliazione né di remissione dei peccati, ma piuttosto la funzione di manifestare pace, comunione e carità prima di ricevere la Santissima Eucaristia. È, invece, l'atto penitenziale da eseguire all'inizio della messa, in particolare secondo la sua prima forma, ad avere carattere di riconciliazione tra i fratelli” (n 71). E ancora “Conviene «che ciascuno dia la pace soltanto a coloro che gli stanno più vicino, in modo sobrio». «Il sacerdote può dare la pace ai ministri, rimanendo tuttavia sempre nel presbiterio, per non disturbare la celebrazione. Così ugualmente faccia se, per qualche motivo ragionevole, vuol dare la pace ad alcuni fedeli»” (n.72).
Ti saluto e ti benedico. Padre Angelo – Amici Domenicani Gentile padre Angelo, le pongo questa domanda: per commettere peccato grave occorre 1) materia grave; 2) conoscenza del male; 3) volontà piena di compierlo. Fin qui tutto chiaro! Se manca la materia non c'è peccato, ovvio. Se non c'è piena volontà (in sogno, ad esempio) nemmeno. I dubbi sorgono circa la conoscenza del male. In una risposta precedente ha affermato che se una persona scopre che un'azione era sbagliata solo successivamente averla fatta non si tratta di peccato grave. Portava l'esempio delle parolacce. CITO TESTUALMENTE:"...se al momento della confessione uno pensava che quella determinata azione non fosse peccato, c’è da presumere che anche quando l’ha compiuta pensasse che non fosse peccato. Ora, per commettere un peccato soggettivamente è necessario avere la piena avvertenza della mente e questa include anche la consapevolezza della malizia dell’azione." Ora mi chiedo: cosa si intende per conoscenza-CONSAPEVOLEZZA- del male? Sapere che una cosa è sbagliata,suppongo... Qui nascono i problemi concreti. Molti cattolici sanno che il magistero dice che un comportamento X è peccato, ma in coscienza sono fermamente convinti che non sia così. Insomma, credono profondamente che la Chiesa si sbagli, che ci sia un errore. Se, dunque, un cristiano sa che la Chiesa dice X ma poi lui fa Y convinto di essere nel giusto, si può parlare di peccato grave? Ossia, in quel caso si può pensare che la persona in realtà NON abbia una perfetta conoscenza del male? La conoscenza del peccato non è un qualcosa di "intimo" (cioè capire che sia sbagliata non per cieca ubbidienza ma per reale e personale convinzione)? Esempio: una persona sente che la Chiesa vieta di fare X. Lui/lei,però, crede che si tratti di una cosa lecita. C'è o no conoscenza del male? Risposta del sacerdote Carissimo, 1. quando portavo l’esempio di certe parolacce come mancanza di piena avvertenza della mente intendevo riferirmi a parole che presso alcuni sono così usuali che altri, soprattutto bambini, le ripetono pensando che si tratti solo di un modo di intercalare e nient’altro. Ma quando questi bambini, diventati più adulti, vengono a conoscere il loro significato, se le dicono con consapevolezza, evidentemente dicono delle parolacce e non si comportano in modo cristiano. 2. Rispetto invece al successivo problema che mi hai presentato, vi sono due considerazioni da fare. La prima, per un cattolico, consiste nella fiducia che deve avere nella Chiesa quando spiega i comandamenti di Dio. Poiché su questi argomenti la Chiesa non inventa nulla, affermare che la Chiesa sbaglia equivale a dire che Dio sbaglia. A questo punto il disordine è più profondo: che concetto ci si è fatti di Dio? Di un rivale dell’uomo? 3. La seconda considerazione: i comandamenti di Dio sono scritti nella nostra stessa natura e anche una persona abbastanza elementare intuisce che certe cose non vanno fatte. Ad esempio: il precetto divino di non commettere atti impuri è scritto nella natura stessa dell’uomo e istintivamente, prima ancora di riuscire a concettualizzarlo, ognuno intuisce che si tratta di una cosa sbagliata. 4. È vero che ci si può trovare dinanzi ad una coscienza invincibilmente erronea. Tuttavia la coscienza invincibilmente erronea può essere tale per delle colpe personali. Il concilio dice che talvolta essa “è colpevolmente erronea, perché l’uomo non si cura di cercare la verità e il bene, e diventa quasi cieca in seguito all’abitudine al peccato” (Gaudium et Spes 16). Se così stessero le cose, allora le colpe stanno più a monte e l’attuale comportamento disordinato non trova scuse davanti a Dio. 5. Trovo strane alcune affermazioni della tua email. Dici ad esempio: “Insomma, credono profondamente che la Chiesa si sbagli, che ci sia un errore. Se, dunque, un cristiano sa che la Chiesa dice X ma poi lui fa Y convinto di essere nel giusto, si può parlare di peccato grave? Ossia, in quel caso si può pensare che la persona in realtà NON abbia una perfetta conoscenza del male?” Mi viene da dire che se quella persona sa che per la Chiesa certe azioni (legate al diritto naturale, ai dieci comandamenti) sono un peccato, questo fatto dovrebbe per lo meno mettere un dubbio sull’onestà del proprio comportamento. Se non le viene neanche il dubbio, i casi sono due: o non è “consapevole di se stessa” (e allora non si parla di peccato soggettivo) oppure è così inveterata nel suo cattivo comportamento da non riuscire più a distinguere il bene dal male. E questa è senz’altro una brutta situazione. In quali condizioni si presenterà davanti al tribunale di Dio? 6. Penso a Davide, il quale domandava perdono perfino dei peccati occulti (Sal 18,13), e cioè di quelli di cui non era consapevole. Nel caso da te ipotizzati si ostenterebbe invece tanta sicurezza, e su materia grave! Immaginiamoci se questa sicurezza riguardasse materia particolarmente grave come l’aborto, il furto, l’oppressione dei poveri!... Ti saluto, ti ricordo al Signore e ti benedico. Padre Angelo – Amici Domenicani Gentilissimo Padre Angelo, vorrei presentare in breve a lei e ai suoi lettori una figura che io ritengo esemplare per tutti i ragazzi: Gino Pistoni. So, se non sbaglio, che è in corso la causa di beatificazione. Ecco, io credo che, in un mondo sempre più segnato dai conflitti e dalla violenza, dall'odio e dalle atrocità, Gino Pistoni rappresenti un esempio attuale e validissimo: schierarsi dalla parte della giustizia e del bene e lottare per essi significa anche saper dare la vita per il "nemico" (che per Gino Pistoni non era "nemico" bensì PROSSIMO da amare). Egli, in un estremo atto di carità, riconobbe nel soldato ferito un uomo da aiutare. Da un lato seppe schierarsi, prendere una posizione dall'altro non mancò nell'amore per il prossimo, anche quando il prossimo era un soldato nemico pronto a sparargli contro. A questo proposito Le chiedo se non sia opportuno "strigliare" un po' di più i nostri giovani perché sappiano prendere posizione davanti ai problemi del mondo. Troppo spesso i giovani vivono nell'indifferenza, si appiattiscono sulle abitudini della nostra società, fanno fatica a prendere posizione. Avere il coraggio di Gino, sapersi schierare per il bene ma amare fino a sacrificare la propria vita è, forse, ciò che più manca alla gioventù di oggi. Questo ragazzo appena ventenne seppe coniugare dentro di sé almeno tre grandi capacità: 1) seppe prendere posizione davanti all'ingiustizia 2) seppe essere testimone di Cristo anche durante il più buio capitolo della storia 3) vide in ogni uomo, anche nel soldato tedesco, il suo "prossimo". Lei come valuta questa figura? E la gioventù di oggi? Non è fin troppo distante da questo esempio? W Gesù Risposta del sacerdote Carissimo, 1. ti ringrazio di aver attirato la nostra attenzione su Gino Pistoni. Io ne avevo solo sentito parlare. 2. Nel sito santibeati.it ho trovato questo breve schizzo biografico: Nacque ad Ivrea (TO) il 25 febbraio 1924, studiò nel Collegio S. Giuseppe di Torino, diretto dai Fratelli delle Scuole Cristiane, divenendo ragioniere, si fece conoscere ed apprezzare per il suo impegno costante negli studi e nei doveri umani e cristiani, per le attività sportive e per la cura scrupolosa della propria formazione religiosa. Nel 1942 ebbe una vera svolta per la sua vita, entrando nelle file dell’Azione Cattolica della città di Ivrea; qui conobbe figure eminenti nella formazione della gioventù, sacerdoti e laici, che gli furono guida ed assistenti, nella sua attività di giovane impegnato a mettere in pratica il triplice motto dell’Associazione: Preghiera, Azione, Sacrificio; fu animatore dei centri giovanili in varie località della diocesi, riuscendo a vincere la sua notevole difficoltà a parlare in pubblico. Il suo fecondo apostolato nasceva da un finissimo spirito di preghiera, incentrata sull’Eucaristia, sulla lettura spirituale e sulla forte devozione alla Madonna. Il periodo del suo intenso apostolato, era funestato purtroppo dallo svolgersi della terribile Guerra Mondiale, girava per i vari circoli giovanili, con la bicicletta, le macchine se ne vedevano poche; in tutta questa devastazione Gino Pistoni, come tanti altri giovani d’Azione Cattolica, avvertì la necessità di servire la causa della giustizia e della libertà, entrando così in una formazione partigiana, non fece questa scelta per passione di guerra, né per un particolare odio verso i nemici, ma solo per partecipare alla resistenza agli invasori e per la difesa dei diritti delle popolazioni occupate. Fra i partigiani mantenne sempre un contegno lineare e irreprensibile, in coerenza con i suoi principi cristiani, suscitando stima e rispetto anche in chi si riteneva non credente. Il 25 luglio 1944, durante un attacco tedesco delle SS, mentre gli altri partigiani fuggivano, egli si attardò a soccorrere un soldato tedesco ferito, venendo colpito da una scheggia di mortaio, che gli recise l’arteria femorale. Restò nella più completa solitudine a dissanguarsi e a consumare la sua agonia, compiendo con le residue capacità un vero atto di fede: con le dita intrise di sangue, scrisse sulla tela del tascapane, un messaggio-testamento rimasto unico nella storia della Resistenza “Offro la mia vita per l’Azione Cattolica e per l’Italia, W Cristo Re”. Concludeva così a 20 anni, la sua stupenda vita di giovane entusiasta di Cristo; il suo cadavere venne ritrovato quattro giorni dopo con accanto, macchiato di sangue, il ‘Piccolo Ufficio della Madonna’; il funerale si tenne in forma privata a causa della guerra; ma la fama della sua santità si estese subito. A 50 anni dalla sua morte, il vescovo di Ivrea avviò la causa di beatificazione, che prosegue ormai presso la Congregazione delle Cause dei Santi dal 1999. 3. Tornando a te, chiedi se non sia il caso di “strigliare” un pò di più nostri giovani perché sappiano prendere posizione davanti ai problemi del mondo. Strigliare? No, secondo me servirebbe a poco. C’è una cosa che va fatta più in profondità: è necessario “formare cristianamente” i nostri ragazzi. Senza questa formazione non si giunge a nulla, se non ad un misero fuoco di paglia. Sottolineo alcune espressioni dello schizzo biografico che mi hanno particolarmente colpito: “Il suo fecondo apostolato nasceva da un finissimo spirito di preghiera, incentrata sull’Eucaristia, sulla lettura spirituale e sulla forte devozione alla Madonna”. 4. Secondo me si tratta di 4 pilastri sui quali dovrebbe ruotare la formazione nei nostri giovani e anche la formazione degli adulti. Intanto il nostro Gino aveva netta la persuasione di essere chiamato a fare apostolato, e cioè a portare il prossimo a Cristo. Perché l’apostolato è proprio questo. Il volontariato è ottima cosa. Ma non è ancora apostolato. S. Paolo dice: “E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova” (1 Cor 13,3). Avere la carità significa amare il prossimo come lo ama Dio, volendogli il bene che gli vuole Dio. E Dio, al di sopra di tutti gli altri beni, vuole dare Se stesso. Il battesimo e la cresima che abbiamo ricevuto e l’eucaristia che continuamente celebriamo mirano in definitiva a questo. 5. Il suo apostolato nasceva da un finissimo spirito di preghiera. La preghiera fa entrare Dio dentro la nostra vita, dentro i nostri pensieri, dentro i nostri sentimenti, dentro le nostre azioni. La sua vita di preghiera era inoltre incentrata sull’Eucaristia, che se bene preparata, ben celebrata e ben vissuta ci trasforma in Cristo; sulla lettura spirituale, che ci fa entrare nell’orizzonte vero della nostra vita, e sulla forte devozione alla Madonna che ci dona il vero sensus Christi. A che mirano il Santo Rosario e anche il suo piccolo Ufficio se non a questo? 6. Di Gino Pistoni mi ha colpito anche il fatto che recitava ogni giorno il piccolo Ufficio della Beata Vergine Maria. Il beato Giorgio Frassati, terziario domenicano, morto un anno prima che Gino Pistoni nascesse, lo recitava tutti i giorni. Questa preghiera, soprattutto nella sua versione latina e nella sua forma antica (l’attuale versione italiana lo ha, a parer mio, parecchio snaturato) riempie di una grande pace e soavità. È un inno di lode e una benedizione incessante a Maria. Recitandolo, si avverte quanto sia appropriata l’applicazione a Maria che la Chiesa ha fatto di queste parole del libro del Siracide 24,26: “passate da me voi tutti che mi desiderate”; in maniera più libera si può tradurre così: “passate da me, voi che desiderate attingere alla sorgente del bene, alla sorgente delle grazie”. 7. Mi ha colpito anche il fatto che abbia voluto scrivere il testamento intingendo col dito nel proprio sangue. Così aveva fatto anche un grande santo domenicano della prima ora, S. Pietro martire da Verona. L’Eterno Padre, parlando con S. Caterina da Siena, facendo l’elogio di questo suo servo, le disse: “Guarda Pietro vergine e martire, che col sangue suo die' lume nelle tenebre delle molte eresie; che tanto l'ebbe in odio, che se ne dispose a lasciarci la vita. E, mentre che visse, l'esercizio suo non era altro che pregare, predicare, disputare con gli eretici e confessare, annunziando la verità e dilatando la fede senza nessun timore. Ché non tanto ch'egli la confessasse nella vita sua, ma infine all'ultimo della vita. Onde, nella estremità della morte, venendogli meno la voce e l’inchiostro, avendo ricevuto il colpo, egli intinse il dito nel sangue suo: non ha carta questo glorioso martire, e però s'inchina e scrive in terra confessando la fede, cioè il «Credo in Deum». Il cuore suo ardeva nella fornace della Mia Carità, e perciò non allentò e' passi voltando il capo adietro, sapendo che doveva morire (però, prima che egli morisse, gli rivelai la morte sua); ma, come vero cavaliere, senza timore servile, egli esce fuori sul campo della battaglia”. Anche il nostro Gino, nell’estremo della vita sua, è uscito nel campo della battaglia, per soccorrere un avversario ferito nel quale vedeva il Cristo che chiedeva aiuto e ha sigillato il suo testamento scrivendo col sangue uscito dalle sue ferite: “Offro la mia vita per l’Azione Cattolica e per l’Italia, W Cristo Re”. Ti ringrazio ancora di averci stimolato a mettere sul moggio del nostro sito questa bella figura. Sono convinto che la sua lettura farà del bene a molti. Ti ricordo al Signore e ti benedico. Padre Angelo – Amici Domenicani – Foto: Ansa Carissimo Padre Angelo, Qualcuno dice che quando la Messa viene concelebrata ha piu' "valore"... come si ascoltassero tante Messe quanti sono i sacerdoti che la celebrano e che questo vorrebbe dire poter mandare piu' suffragi ai defunti...La cosa mi lascia un po' perplessa ( il valore della Messa, non dovrebbe essere sempre lo stesso, cioè infinito? a prescindere dal numero dei ministri?). Risposta del sacerdote.
Carissima Maria 1. Per comprendere il valore della Messa bisogna ricordare che essa è la perpetuazione del sacrificio di Cristo. Come ha definito il Concilio di Trento, le nostre Messe non aggiungono né tolgono nulla al sacrificio di Cristo, che è perfettissimo in se stesso. La Messa è lo “stessissimo” (se si potesse usare quest’espressione) sacrificio che Cristo ha compiuto sulla croce e che ora viene perpetuato sull’altare. L’unica diversità è nel modo in cui si attua: sulla croce si è attuato in forma cruenta, e cioè con spargimento di sangue, sull’altare si attua senza spargimento di sangue. Pertanto sotto quest’aspetto: se chi celebra è da solo, oppure sono in mille o un milione, non fa alcuna differenza, perché il sacrificio di Cristo è lo stesso. Se invece si guarda al sacrificio di Cristo dal punto di vista degli offerenti: allora si può dire che quando vi è più gente che partecipa al sacrificio del Signore, sotto questo aspetto vi è anche maggiore la lode che si eleva a Dio.
Analogo discorso si fa per i sacerdoti, i quali godono secondo della dottrina della Chiesa di un frutto tutto particolare. Essi si associano al sacrificio di Cristo in una maniera più forte, perché agiscono identificandosi con Lui. E come hanno il potere di celebrare, così hanno anche il potere di destinare i frutti del sacrificio. Tuttavia alcuni frutti li gode tutta la Chiesa, indipendentemente dall’intenzione del sacerdote. Altri frutti li godono i fedeli che sono presenti. E anche questi vengono usufruiti indipendentemente dall’intenzione del sacerdote. Vi è poi un frutto che viene destinato ad alcuni in particolare a motivo dell’intenzione richiesta dai fedeli e fatta propria dal sacerdote. E questo frutto non lo godono i presenti, ma solo coloro per i quali è destinato questo frutto. Vi è infine un frutto specialissimo, di cui gode personalmente il sacerdote che celebra. E anche questo frutto non viene partecipato ai fedeli, a meno che il sacerdote non lo voglia ricordare nelle sue preghiere. In questo senso allora, e se i concelebranti presenti lo fanno, uno può beneficiare maggiormente dalla concelebrazione. Ma al di là di tutte queste distinzioni teologiche, si può dire anche un’altra cosa: la concelebrazione ha una sua solennità, e questa può aiutare i fedeli a partecipare all’eucaristia con maggior fervore e devozione. E allora il frutto che da essa si ricava è più grande. Ecco, penso di aver risposto alla tua domanda.
2. Perché quanto ti ho detto abbia maggiore chiarezza, traggo dalle mie dispense scolastiche sui sacramenti queste distinzioni. “In proposito (sui frutti della Messa) si distingue un: — frutto generale: ne partecipa tutta la Chiesa pellegrina e in purgatorio purché non si opponga ostacolo. Raggiunge tutti indipendentemente dall’intenzione del celebrante, perché per volontà di Cristo e della Chiesa ogni volta che si celebra il sacrificio lo si offre per tutti. — frutto speciale: ne fruiscono i presenti, e anche quelli che si rendono presenti attraverso l’offerta e la cura delle suppellettili, l’edificazione della Chiesa e il mantenimento del suo decoro. Va a beneficio anche di chi è presente nelle preghiere dei presenti, come si evince dalla prece eucaristica I: “che offrono per sé e per i loro cari”. Anche questo frutto è indipendente dall’intenzione del celebrante. — frutto specialissimo: ne partecipa il sacerdote celebrante. Questo frutto gli deriva in forza della particolare unità che lo lega con Gesù Cristo, poiché agisce “in persona Christi”. Tale frutto gli viene comunicato anche se non vi pensa, e, secondo il pensiero di probati autori, può essere comunicato anche ad altri. - frutto ministeriale: ne partecipano coloro per i quali viene offerto in modo particolare il sacrificio e per i quali il celebrante accetta l’offerta (stips). Tale frutto è soddisfattorio per le pene dovute, propiziatorio per i peccati e impetratorio di beni spirituali e temporali. Per questo frutto è necessario che il sacerdote applichi con una particolare intenzione1.
Il sacerdote ha il potere di destinare il frutto ministeriale dell’Eucaristia in forza della sua ordinazione. Cristo gli ha dato dunque non solo il potere di consacrare, ma anche di destinare alcuni frutti”.
Ti saluto e ti benedico. Padre Angelo – Amici Domenicani NOTA: 1 Questa va esplicitata prima della Messa o almeno prima della consacrazione (sembra valida quella posta tra le due consacrazioni). È sufficiente l’intenzione abituale, per cui si può applicare secondo l’intenzione del Sacrista, Rettore o Parroco della Chiesa indipendentemente dal fatto che si conosca l’offerente e il motivo per cui fa celebrare. Carissimo Padre Angelo, L'ufficio delle ore quando è stato introdotto? Risposta del sacerdote.
Carissima Maria,
1. La Liturgia delle Ore prolunga la preghiera che già gli ebrei rivolgevano a Dio in determinate ore del giorno. E gli ebrei pregavano e pregano tutt’oggi con i salmi. La Chiesa primitiva, imitando atteggiamento di Gesù e obbedendo al suo insegnamento che chiedeva di pregare sempre senza stancarsi (Lc 18,1) ha continuato a pregare con i salmi in determinate ore del giorno. Lo storico Giuseppe Flavio (primo secolo d.C.) riferisce che “gli ebrei pregano due volte al giorno, all’inizio e quando è ora di coricarsi e testimoniano a Dio la loro gratitudine per i doni che ha loro elargito dopo la liberazione dalla terra d’Egitto” (Antichità giudaiche, IV, 7).
2. Sant’Ilario di Poitiers (IV secolo) riferisce: “L’andare in Chiesa per la salmodia mattutina e vespertina è massimo segno della divina misericordia. Il giorno comincia con la preghiera e finisce con i salmi” (Comment. In Ps. 64,9). Diventa pertanto una prassi quella di pregare con i salmi due volte al giorno, al mattino e alla sera. Ma gli ebrei pregavano anche in altre ore del giorno: a terza, a sesta e a nona, che corrispondono alle nostre ore nove, dodici e quindici. Negli Atti degli Apostoli si legge di san Pietro che stava andando al tempio per l’ora nona.
3. Questa prassi di pregare in varie ore del giorno si consolida e diventa normativa nelle comunità monastiche, dove la Liturgia delle ore viene fatta comunitariamente. E questo a partire dal IV secolo in oriente e dal VI secolo in occidente. Lo stile monastico viene applicato successivamente al clero e a tutta la Chiesa. Ti saluto e ti benedico. Padre Angelo – Amici Domenicani Gentile Padre Angelo, I contraccettivi non garantiscono una protezione totale dalle gravidanze. Cosa può accadere nel caso in cui si inizi una gravidanza quando assolutamente la si vuole evitare? Avere rapporti con contraccettivi non significa necessariamente essere sicuri di non avere figli: si riducono le possibilità, ma non si annullano. E se ciò avviene ugualmente? Ogni rapporto deve essere aperto alla vita, ogni persona che compie un atto d'amore deve essere consapevole che può generare una vita e deve essere pronta ad accoglierla. Ricorrere ai contraccettivi può essere molto rischioso qualora non si desideri una gravidanza. In caso si verifichi comunque un concepimento si è disposti poi a sostenere fino in fondo la vita? Non si rischiano poi errori ancora più gravi e dolorosi? Risposta del sacerdote Carissimo, 1. sì, i contraccettivi hanno i loro limiti e la loro fallacia. Si può applicare anche ai preparati contraccettivi quando si legge nella Sacra Scrittura: “Di ogni cosa perfetta ho visto il limite, solo la tua legge non ha confini” (Sal 119,96). È riconosciuto da tutti che i contraccettivi hanno i loro limiti. Ed è per questo che oggi si cerca di renderli più sicuri facendo in modo che oltre ad essere contraccettivi, siano anche contragestativi. In altri termini, nel caso in cui non funzionassero come contraccettivi, si fa in modo che impediscano almeno l’attecchimento nell’utero, e cioè che funzionino come abortivi. 2. La tua osservazione induce a fissare l’attenzione su quanto può passare nella mente di chi fa contraccezione qualora si accorgesse che quella volta il contraccettivo non ha funzionato. Tu non osi pronunciare la parola aborto. Ti limiti a dire: In caso si verifichi comunque un concepimento si è disposti poi a sostenere fino in fondo la vita? Non si rischiano poi errori ancora più gravi e dolorosi? Giovanni Paolo II parla in maniera più esplicita e denuncia l’intima connessione tra contraccezione e aborto. Nell’enciclica Evangelium vitae scrive: “Si afferma frequentemente che la contraccezione, resa sicura e accessibile a tutti, è il rimedio più efficace contro l’aborto. Si accusa poi la Chiesa cattolica di favorire di fatto l’aborto perché continua ostinatamente a insegnare l’illiceità morale della contraccezione. L’obiezione, a ben guardare, si rivela speciosa. Può essere, infatti, che molti ricorrano ai contraccettivi anche nell’intento di evitare successivamente la tentazione dell’aborto. Ma i disvalori insiti nella mentalità contraccettiva - ben diversa dall’esercizio responsabile della paternità e maternità, attuato nel rispetto della piena verità dell’atto coniugale - sono tali da rendere più forte proprio questa tentazione, di fronte all’eventuale concepimento di una vita non desiderata. Di fatto la cultura abortista è particolarmente sviluppata proprio in ambienti che rifiutano l’insegnamento della Chiesa sulla contraccezione. Certo, contraccezione ed aborto, dal punto di vista morale, sono mali specificamente diversi: l’una contraddice all’integra verità dell’atto sessuale come espressione propria dell’amore coniugale, l’altro distrugge la vita di un essere umano; la prima si oppone alla virtù della castità matrimoniale, il secondo si oppone alla virtù della giustizia e viola direttamente il precetto divino ‘non uccidere’. Ma pur con questa diversa natura e peso morale, essi sono molto spesso in intima relazione, come frutti di una medesima pianta. Purtroppo la stretta connessione che, a livello di mentalità, intercorre tra la pratica della contraccezione e quella dell’aborto emerge sempre di più e lo dimostra in modo allarmante anche la messa a punto di preparati chimici, di dispositivi intrauterini e di vaccini che, distribuiti con la stessa facilità dei contraccettivi, agiscono in realtà come abortivi nei primissimi stadi di sviluppo della vita del nuovo essere umano” (EV 13). 3. Oggi si parla molto di sesso sicuro. Sicuro da che cosa? La risposta ovvia e più comune vuol dire che è sicuro dagli effetti indesiderati, e cioè dalla gravidanza. A questo effetto però se ne aggiungono altri: è sicuro che non si tratta di vero amore, perché non ci si mette in gioco fino in fondo. E così la sessualità, che è stata voluta da Dio perché i coniugi si donino senza riserve, viene svuotata del suo significativo procreativo e del suo significato di vero amore. È come se si volesse accendere il fuoco e subito gli si buttasse sopra dell’acqua per evitare gli effetti indesiderati, e cioè che bruci. Non servirebbe ad altro che a spegnerlo. Nel nostro caso, si va a spegnere la cosa più bella che la sessualità racchiude, e cioè l’amore vero, il dono sincero di sé. Ti ringrazio di aver attirato l’attenzione su queste contraddizioni. Ti assicuro una preghiera e ti benedico. Padre Angelo – Amici Domenicani
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